Pozzuoli è una città incredibile. Non solo per i suoi “campi ardenti”, per cui a Via Antiniana si può vedere il suolo che fiancheggia la strada asfaltata letteralmente fumare come una ciminiera, ma anche perché è una città in cui basta scavare un po’ più a fondo per far saltare fuori un muro, una via, una nicchia dell’antico insediamento romano di Puteoli. Ma Pozzuoli è anche incredibile perché questi ritrovamenti preziosi non solo non vengono valorizzati come si dovrebbe, ma sono addirittura lasciati all’incuria e all’abbandono. Mentre altri popoli hanno sempre cercato di esaltare e valorizzare al meglio le vestigia antiche della propria storia, il popolo italiano, ma soprattutto gli odierni discendenti degli antichi abitanti della Magna Grecia, hanno sempre sottovalutato i propri beni culturali.
Una volta, la mia insegnante di inglese del liceo mi raccontò che gli americani conservavano come una reliquia la penna con cui Washington aveva firmato la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti. Ogni volta che vedo degli scavi archeologici abbandonati, questa storia mi ritorna in mente, epitome del fatto che chi ha poco, considera un bene inestimabile quello che ha, mentre chi ha molto, sembra essersi stufato delle ricchezze a sua disposizione.
Pozzuoli è una città ricchissima di reperti archeologici, a cominciare dal meraviglioso anfiteatro Flavio, per non parlare del Macellum o del Rione Terra. Eppure, ci sono aree archeologiche a Pozzuoli completamente abbandonate, che aspettano soltanto di risorgere, così come è di recente accaduto all’area in Via Campi Flegrei, a pochi passi dal Vescovato, recuperata ed aperta perché i residenti dei Campi Flegrei (ma poi perché solo loro?) ne potessero ammirare la bellezza e la grandiosità.
Il mio tour degli scavi abbandonati comincia a Piazza Capomazza. Due anni fa circa, avevo già effettuato delle foto in questo sito (purtroppo perse per la rottura dell’hard disk) ed allora le foto mostravano muri in opus reticolatum e pavimenti finemente decorati. Ad oggi, tutto il sito è stato completamente inghiottito dalla vegetazione, che ormai non lascia spazio che a qualche brandello di muro, che si intravede appena tra le piante. Non è stato possibile fotografare nulla, se non i tetti delle pensiline posti a proteggere i pavimenti ed un mare di vegetazione spontanea che ricopre tutto.
Me ne vado sconsolata ed amareggiata da Piazza Capomazza per dirigermi verso Via Solfatara. Sotto il ponte di ferro azzurro costruito diversi anni or sono, giace un’intera area di resti archeologici che si estendono su di una superficie piuttosto vasta. Anche qui, purtroppo, la vegetazione ha avuto la meglio. Eppure, sono ancora ben visibili interi muri di edifici conservati in maniera eccezionale, perfino un’edicola nella quale si possono ancora vedere tracce di pittura degli affreschi che la decoravano. Un cartello, posto su di un cancello chiuso con un catenaccio, che ha l’aria di non essere utilizzato da parecchio tempo, dice che questo “Parco Archeologico” è stato “cofinanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale”. Affacciandomi verso il cancello, noto che vi sono anche dei corrimano in legno, segno che, probabilmente, nascosti sotto la vegetazione, devono esserci dei percorsi che avrebbero permesso ai visitatori di esplorare da vicino gli scavi in modalità full immersion. Dallo stato in cui si trovano, è facile dedurre che questa zona non è stata mai aperta al pubblico oppure che è stata ben presto abbandonata, e anche da diverso tempo.
Desolata, mi avvio verso Via Celle, dove le indicazioni stradali dicono si trovi la necropoli romana. La strada è stretta e molto frequentata, vista la presenza del Tribunale e della Pretura. Due auto affiancate spesso hanno difficoltà a transitare. Dopo una breve galleria, ecco un piccolo slargo, dove parcheggio l’auto, e, di fronte, senza un’indicazione o altro, si staglia imponente la necropoli. Anche qui la sensazione di abbandono è tangibile. Di fronte, i bidoni per l’immondizia. E meno male; durante l’emergenza rifiuti che ha sconvolto la Campania l’anno scorso, i sacchetti vi erano ammassati davanti… mi avvicino alle inferriate che “proteggono” il sito e mi assale lo sconforto: qualche rifiuto qua e là ancora c’è; addirittura, si può vedere un new jersey, di quelli in plastica bianca”, infilato in una buca del manto stradale perché auto e pedoni non ci cadano dentro, facendo magari causa al Comune.
Comincio a fare le foto. Lo zoom mi permette di fotografare anche le parti più interne, quelle celle (da cui prende il nome la strada) in cui venivano conservate le anfore con i resti mortali degli antichi abitanti di Puteoli. E tra i resti, l’obiettivo riesce a catturare anche un “corpo estraneo”: una bottiglia di plastica di una nota marca di acqua minerale effervescente naturale, gettata lì come se quella fosse una discarica. E più avanti, una cassetta della frutta in plastica nera. E poi, ovviamente, la vegetazione. Insomma, uno scempio. Nel vedere un simile abbandono, mi sconvolge l’idea che il Comune abbia potuto lasciare all’incuria una ricchezza simile, come fosse stata immondizia, invece di sfruttarla e riportarla all’antico splendore e magari migliorarla per permettere a tutti di poterne godere appieno. Una sensazione indescrivibile, che non si riesce a spiegare a parole, ma solo provare.
E la situazione non cambia quando mi reco a Via Luciano. Anche qui le mura romane in opus latericium sono state completamente inghiottite dalla vegetazione e si riesce ad intravederne soltanto la sommità. Anche qui l’area archeologica è ampia, ma non c’è nulla che ne evidenzi la presenza o ne indichi la denominazione. I passanti che mi vedono fotografare questi resti mi guardano con un misto di curiosità e stupore, chiedendosi probabilmente cosa mai stia facendo a cosa ci sia di tanto interessante da essere fotografato.
Mi dirigo infine verso Via Campana e parcheggio proprio accanto ad uno dei tanti resti romani che fiancheggiano la strada. Una commerciante mi guarda scendere e fotografarlo come se fossi matta. Mi avvio verso le teche di plexiglass poste sul marciapiede con l’intento di proteggere lo scavo. In realtà, sulle teche c’è di tutto, dalle cartacce alle buste di plastica, che devo spostare con il piede per cercare di vedere qualcosa. Il problema grosso sta proprio in quella lastra di plexiglass che dovrebbe proteggere il sito: è talmente sporca ed opaca a causa delle intemperie che quello che c’è sotto si può solo indovinare, come se fosse avvolto dalla nebbia. Lungo il marciapiede per arrivarvi ci sono altri resti, fatti risaltare da muri tagliati in modo da metterli in evidenza, ma sia la vegetazione spontanea, che l’immondizia ormai li ricoprono senza ritegno. Di fronte, un altro sito delimitato da un cancello e circondato anch’esso da vegetazione spontanea. La cosa incredibile è che quei resti sono stati inglobati nel parcheggio di “Metro”, un ben conosciuto centro all’ingrosso, e davanti ormai vi stanziano bancarelle di ogni tipo.
Quando torno all’auto, i miei spettatori sono diventati sei; la signora ha chiamato i “rinforzi”, ma lo spettacolo è finito. Così salgo in macchina e metto in moto, con la sensazione che questo Comune abbia gettato perle ai porci.
Gioia Nasti

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